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Nuovi scenari, forme di dominio vecchie e nuove

Le vicende politico militari di questi ultimi anni stanno mostrando tutta la violenza del dominio di classe: in un tempo dove regna un apparente caos, si delineano con chiarezza le linee di comando e di controllo sociale della oligarchia finanziaria su quello che ancora chiamiamo, in modo ostinato e per non far arrossire le nostre agenzie di propaganda, “mondo occidentale”.

Benvenuti in questo inferno-35

Una informazione mediatica sul militarismo asservita alla oligarchia finanziaria

Superfluo soffermarsi sullo spettacolo che ci viene propinato dai mezzi di informazione a libro paga delle multinazionali e dei governi: praticamente tutta l’informazione nel cosiddetto mondo occidentale è controllata e diretta dal potere finanziario; nessuno si illuda di trovare squarci di verità nei giornali – peggio ancora sui social e nelle televisioni – in quanto la censura è quasi totale e la neo lingua del potere la fa da padrona.

È facile prevedere che le le guerre in corso non siano fenomeni limitati e contingenti ma avranno presto nuove estensioni.

La guerra come strategia di sopravvivenza dell’impero d’Occidente

L’impero d’Occidente, con un’economia a rischio fallimento, ha scelto la guerra come strategia di sopravvivenza per poter mantenere una posizione di forza in questo (futuro) nuovo ordine globale. Guerra che è ormai un fenomeno globale, a cominciare dalle mai finite crudeltà che avvengono in Congo oppure in Sudan, in cui gli USA e i grandi gruppi finanziari agiscono come mandanti per sottrarre al controllo cinese, già insediato tramite contratti miliardari, quegli stati tanto ricchi di risorse, di minerali e di idrocarburi, vedi le pretese egemoniche sulla Groenlandia, a spese di patti cinquantennali. O sostenendo, delegittimandole di fatto e orientandole verso risposte diversamente reazionarie, le legittime richieste di libertà, cambio politico e sociale e di emancipazione, come sta succedendo in Iran.

Un’Europa sostanzialmente inconsistente, ma solidale con il potere finanziario nell’uso del risparmio pubblico e privato.

L’Europa può rientrare in questo gioco solo accodandosi al potere finanziario che la sta depredando: i grandi fondi americani sono da tempo riusciti a mettere le mani sul risparmio pubblico e privato dell’eurozona. I circa seimila miliardi di euro del risparmio privato italiano sono nelle loro mani, e tutta la classe politica europea, seppur schernita e derisa dagli autocrati a stelle e strisce, è ben felice di partecipare a questo saccheggio, facendo parte della stessa classe di oligarchi che governano il cosiddetto capitalismo occidentale.

L’Europa come esperienza politica è finita, o meglio non è mai decollata veramente, a meno che si pensi che la costruzione dell’economia finanziaria legata agli USA in questi ultimi decenni potesse ravvisarsi come progetto politico autonomo e non del capitalismo finanziario.

Per quanto ci riguarda non rimpiangiamo certamente questa costruzione bancaria, su cui non ci siamo mai fatti illusioni; basti ricordare che al momento della sua costituzione, laddove vennero chiesti pareri alle popolazioni mediante i referendum, non riscosse un grande successo e si preferì costruire la struttura politica ed economica partendo dagli interessi della finanza. Questa débacle sta travolgendo i lavoratori in tutta Europa.

Dazi, investimenti e acquisti funzionali al finanziamento delle spese militari e al mantenimento del dominio della classe politico-finanziaria

Lungi dall’essere archiviata, la questione dazi permette di allargare lo sguardo sugli accordi raggiunti dalla UE non solo sui dazi ma anche sugli investimenti in servizi e industria, in modo da obbligare l’Europa a delocalizzare ulteriormente produzioni negli USA (ad ora si parla di 600 miliardi di euro); vige inoltre l’obbligo di acquistare gas liquefatto e armamenti (intorno a 800 miliardi euro).

L’accordo prevede inoltre che alcuni prodotti europei, ad esempio acciaio e alluminio, non rientrino nella quota dazi al 15% ma mantengano un’alta tassazione al 50%. Inoltre non si dimentichi che le grandi piattaforme digitali USA che operano in Europa (Amazon, Google, Microsoft, ed altre minori) non sono soggette a nessuna tassazione e godranno di un regime speciale fatto di soli profitti – un po’ come i prodotti agroalimentari made in USA che saremo costretti ad acquistare nonostante le più stringenti norme europee in materia di adulterazioni del cibo. Sembra una ulteriore beffa ma saremo costretti a cibarci di porcherie. A questo disastro dobbiamo aggiungere la sudditanza ai vincoli imposti dalla Nato in temi di armamenti e militarismo, con conseguenti e inevitabili tagli a ciò che rimane della spesa sociale.

A ben vedere, sia l’accordo nefasto sui dazi con gli USA (non dimentichiamo che buona parte delle imprese Europee si sono opposte a questo accordo) che l’impiego dei soldi pubblici per finanziare la guerra e per trascinare i popoli europei in un conflitto armato, confermano che la classe dominante del mondo occidentale, quella legata al finanz-capitalismo, è disposta al momento dello scoppio della bolla finanziariaa giocarsi il tutto per tutto. Una classe che pur di mantenere il proprio dominio è pronta a distruggere parti del pianeta e a sacrificare lavoratori e intere società per evitare di cadere in rovina.

Per questi motivi è sbagliato vedere una forma di complicità della UE alle politiche predatorie degli USA. Si tratta della stessa classe politico-finanziaria che pensa di salvare quella sorta di capitale fittizio prodotto con le politiche del debito, costruite da decenni sulla narrazione che sostiene che se le borse vanno bene anche l’economia reale andrà bene. Ora che questo divario emerge con forza è proprio la violenza che determina nuovi equilibri del potere finanziario, mantenendo il ruolo di dominio che si è costruita in questi decenni.

L’intervento USA in Venezuela per accaparrarsi petrolio, risorse minerarie e spazio mercantile della Cina.

Nuovi conflitti armati stanno per accendersi, si pensi al solo Venezuela, caduto sotto l’intervento militare statunitense. Con dichiarazioni esplicite l’amministrazione Trump non ha usato giri di parole, e ha rivendicato pubblicamente ciò che tutti sanno e che purtroppo qualche buontempone fa finta di ignorare. Il petrolio e le risorse minerarie, oltre alla finanza e gli investimenti del Venezuela, sono di proprietà degli USA. Il basso costo di estrazione del petrolio venezuelano, seppure in un momento del calo della domanda mondiale, resta una arma strategica per gli USA: nonostante la completa indipendenza energetica, gli idrocarburi statunitensi hanno costi di estrazione decisamente non concorrenziali nel mercato mondiale. L’intervento USA in Venezuela ha un altro evidente scopo, oltre al controllo dell’energia e la sua distribuzione, ovvero la riduzione dello spazio mercantile della Cina, la quale, non dimentichiamolo, resta la maggiore produttrice di merci a livello globale. Il solo modo di ridurre il suo preponderante peso è quello di ridurre lo spazio di sbocco delle sue merci. Così l’intervento USA ottiene due risultati: il fermo della de-dollarizzazione e il blocco dello sviluppo degli asset finanziari collegati alle strutture generate dai BRICS.

La Cina resta inattaccabile sul piano energetico, avendo la Russia alle spalle, ma rimane impotente nelle risposte militari messe in campo dagli USA e nella tenuta delle proprie alleanze strategiche, dimostrando la propria criticità espansiva. La Cina in questo modo viene spinta allo sviluppo accelerato del mercato interno, aumentando la dimensione redistributiva e creando dinamiche di non sostenibilità sociale. Gli esempi recenti dimostrano che le guerre USA raggiungono i risultati previsti dalla loro politica strategica: un esempio per tutti è la gestione delle riserve petrolifere dell’Iraq, a loro completa disposizione e senza gestire ufficialmente il governo del paese.

La Palestina: un genocidio legittimato in diretta mondiale

La Palestina è diventato il primo genocidio in diretta mondiale tra gli applausi delle élite finanziarie: le guerre, anche quella combattuta dalla Nato in Ucraina contro la Russia, stanno diventando l’unica ancora di salvezza delle oligarchie finanziarie europee e nord americane, alle prese con la possibilità, sempre più probabile, che si arrivi in tempi brevi allo scoppio della bolla finanziaria. Gli indicatori ci sono tutti: l’elevato debito USA, la somma mostruosa del debito privato, il ridimensionamento del dollaro negli scambi internazionali, la sempre più attiva presenza dei paesi del BRIC (che si sono costituiti nei fatti come una alternativa sociale, politica, militare ed economica) sono lì a dimostrare che l’imperialismo capitalista esiste e si palesa nelle maggiori crisi sistemiche. È accaduto nel passato, sta accadendo ora sotto i nostri occhi.

Sul genocidio palestinese ad opera dello Stato di Israele con la complicità di UE e USA – non solo, visto il silenzio terribile di tutti i paesi del mondo arabo su quanto sta accadendo – si è giocato l’ultimo capitolo che impediva di vedere i massacri di intere popolazioni come una delle varianti dell’accumulazione del capitale. La distruzione di Gaza per farne una riviera di lusso supera ogni possibile gentrificazione distopica. Riesce gioco facile ignorare il Sudan, che, con le sue atrocità lontane dai riflettori mediatici, sembra il solito massacro post colonialista per procura.

Se il genocidio come forma di profitto era già avvenuto nel passato – i campi di sterminio furono anche un grande affare per i nazisti e i fascisti, in termini di saccheggio e di furto delle ricchezze altrui – mai si era arrivati a sostenere un modello totale come quello incarnato da Israele: teocrazia, razzismo, saccheggio e genocidio, tutte le azioni e le prospettive di questa “democrazia occidentale” fanno rabbrividire. Si può parlare di israelizzazione dei rapporti di forza. L’economia di guerra, ormai economia militarista israeliana, non solo gode di ottima salute in termini di finanziamenti ma ha ormai fatto scuola e funge da volano per le economie occidentali.

Se queste sono le premesse, dobbiamo constatare che la difesa degli interessi di classe, così come la vivibilità planetaria, sembrano non importare a nessuno dello schieramento politico che attualmente rappresenta quella che fu la democrazia liberale, ormai defunta sotto il peso dell’egemonia della finanza.

La legittimazione a reti unificate dell’economia del furto e il saccheggio come prerogative del nuovo corso dell’accumulazione del capitale ci fanno capire che manca solo l’ultimo tassello: rilegittimare anche formalmente in occidente la schiavitù umana, per confermare che l’ordine mondiale costruito dal capitalismo occidentale sta ricorrendo ai fondamentali per mantenere la propria oligarchia finanziaria al potere.

RIMODULARE LA CRITICA ANTIIMPERIALISTA AFFINCHÉ NON DIVENTI UN ALIBI MASCHERATO DA IMPOTENZA.

In questa fase di corsa al riarmo e alla militarizzazione delle coscienze, con la guerra che divampa ovunque, non è sufficiente richiamarsi agli slogan sull’antimperialismo che chiamano all’unità dei proletari.

Consideriamo l’imperialismo come categoria interpretativa delle dinamiche di potenza e di espansione dell’influenza, della presenza e della risultante politica delle aree mondiali, come sempre frutto della diseguale valorizzazione del capitale dentro alle catene di accumulazione del valore.

Per questa sua natura l’imperialismo è instabile, muta a seconda dell’accumulo di potenza di un’area economica, politica e militare. Cambia tuttavia anche attraverso l’esproprio coloniale e la sottomissione di interi popoli e paesi, ridefinendo il grado di potenza di uno Stato o di un blocco che si pretende egemonico .

La critica all’imperialismo, quella storica e legata alle prime e originali interpretazioni, è figlia del marxismo, ben sviluppata in seguito da Lenin e Rosa Luxemburg che riuscirono a individuare questa fase suprema dello scontro interno al capitalismo come un momento di rottura, auspicando un ruolo autonomo dei lavoratori, che nella battaglia antimperialista avrebbero trovato la loro ragione di essere. Il nemico non era quello che indossava un’altra divisa, proletario come lui, ma era la propria borghesia interna che conduceva alla guerra.

Quell’internazionalismo storico era legato alla composizione di classe e alle aree del primo conflitto mondiale, dove milioni di contadini europei, molto simili nella propria condizione economica (e religiosa) furono mandati al macello dalle proprie borghesie.

Antiimperialismo odierno e nuove solidarietà di classe

Quanto quell’antiimperialismo mantiene oggi valide, dopo 100 anni, le sue promesse teoriche?

Già allo scoppio della seconda guerra mondiale l’internazionalismo operaio non era più in grado di assolvere al suo compito autonomo. Le potenze militari che si fronteggiavano non subirono nessuna critica importante dal mondo operaio; gli appelli, pochi, erano ormai una testimonianza lodevole di un impegno morale ed etico a non farsi coinvolgere dalla guerra imperialista. Vi fu poi di mezzo il nazi-fascismo, che contribuì a alla difficoltà oggettiva di praticare le teorie internazionaliste costringendo a ripiegare in una guerra di resistenza contro i paesi nazisti e fascisti.

È bene ricordare che la solidarietà di classe non esiste in natura, e per evitare di scadere in approcci scolastici e religiosi, o peggio di lanciare anatemi a riguardo, bisogna lavorare per ricostruirla partendo dalle contraddizioni di oggi. Costruire la fratellanza e la solidarietà tra sfruttati contro le proprie borghesie resta un obiettivo, ma è contro le nostre borghesie che dobbiamo combattere, quelle dei grandi blocchi finanziari che provocano e alimentano guerre e violenza.

Riconoscere ed analizzare le sconfitte del passato

Al netto di sbandamenti ideologici e dei voltagabbana di turno, il passato è ricco di esempi tratti dalle biografie di compagni anarchici che attraversarono gli anni turbolenti del secolo scorso, costretti ad arruolarsi nell’esercito di De Gaulle in Francia (e in Nord Africa nelle colonie francesi) o di altri che collaborarono con l’intelligence americana e inglese, compagni arruolati nella legione straniera, qualcuno nell’Armata Rossa, tanti a fare i partigiani con monarchici e stalinisti, pur partendo da posizioni chiaramente antimilitariste. Questo, sia chiaro, non per abdicare all’antimilitarismo senza se e senza ma. Un antimilitarismo che mai come in questo momento ci è necessario come il pane e come bussola. Ma per ricordarci che è la realtà dello scontro che determina le possibilità di agire, e non il contrario.

L’internazionalismo proletario invocato dogmaticamente a ogni piè sospinto oggi, alla prova dei fatti, rischia quindi di divenire un puro alibi, tanto è ridotta nell’impotenza generale la prospettiva di ri-costruire rapporti tra la classe al di là di origini etniche, religiose, nazionali e statuali.

Dobbiamo essere in grado di analizzare le sconfitte del passato, non misconoscere le prove documentarie dei tradimenti e delle illusioni mal riposte che hanno attraversato la classe operaia e i lavoratori nelle guerre del passato, non dimenticare che anche in tempi di “pace”, o meglio di guerre combattute altrove, sono rari i momenti di solidarietà tra gli oppressi. Senza per questo sottovalutare la spinta soggettiva a contrastare ogni vento nazionalista e militarista, senza abdicare alla costruzione di fronti antimilitaristi e all’analisi impietosa dell’ideologia e della propaganda statuale e razzista che cerca di metterci l’elmetto, o almeno il bavaglio, contrastando ogni politica economica di riarmo e di conseguente impoverimento della nostra classe.

Difficile distillare la questione di classe in purezza, senza riconoscere, per poterle contrastare, le diverse gradazioni di privilegi che servono al dominio per riprodursi. Non è possibile in Palestina-Israele, in Sudan, in Ucraina, nelle guerre fratricide per procura, nè in tutti quei casi in cui razza, etnia e religione danno origine a società dai diritti variabili, e più in generale in nessun altra guerra o massacro. D’altronde sarebbe stato impossibile ricostruire forme di resistenza anche in alcune “guerre” del passato: pensiamo al dominio coloniale dei paesi europei, o allo sterminio degli ebrei in Europa.

CHE FARE, ANCORA

Per quanto riguarda noi, almeno quelli che dicono di essere anarchici, libertari, comunisti marxiani…, per uscire prima o poi dallo sgomento e dall’afasia sloganistica di una disfatta senza precedenti, occorre rivedere e rilanciare alcuni dei temi tattici e strategici che hanno accompagnato e modellato la nostra azione politica e sociale nei decenni scorsi.

  • Riprendere con decisione la trasformazione sociale e politica in un orizzonte socialista e libertario, prefigurare fin da ora un mondo nuovo, alternativo al capitalismo, per tornare a pensarci liberi e uguali oltre ogni frontiera
  • Rivedere e rilanciare le aspirazioni autogestionarie, per ricostruire una partecipazione sociale incisiva dal basso, per tornare a pensarci capaci di azioni collettive, di creare ricchezza, economica e sociale, e di difenderci dallo sfruttamento e dall’espropriazione. A partire da quei settori economici che permettono ancora forme di controllo economico e gestionale da parte dei lavoratori, a quelli dove cominciare a esercitare forme di controllo democratico e collettivo
  • Ricostruire forme di organizzazione sociale che prevedano azioni, e prassi, di costruzione di forza popolare

Nelle dure lotte che ci attendono, in una realtà tanto crudele e violenta dove il capitalismo finanziario basato sul debito sta mostrando la propria crisi di struttura, noi non indosseremo la maschera dei cinici. Continuiamo la lotta per affermare giustizia sociale e libertà, per una società comunista e anarchica, per distruggere il capitalismo e costruire il potere popolare.

Salamandre, Gennaio 2026